Legami generazionali

Sentire il corpo familiare: il valore dell’assessment

Vittorio Cigoli

Strumenti e tecniche utili a far luce su carattere e qualità dei legami familiari hanno costituito un interesse specifico dell’approccio sistemico fin dai suoi albori. In particolare è stata l’osservazione dell’interazione dal vivo a rappresentare un “must” della ricerca fin dagli anni Settanta del secolo scorso. Di qui il fiorire di strumenti di “art evaluation”, che comprendono tanto le sculture familiari, quanto le attività di gioco e di produzione espressiva, senza dimenticare peraltro anche l’uso congiunto di test famosi quali il TAT e il Rorschach.

Tra gli strumenti costruttivo-espressivi figurano proprio il “Disegno Congiunto” e il “Family Life Space”, di cui poi tratteremo specificatamente.

Ma a quale scopo? Ciò in cui i ricercatori, assai di frequente clinici impegnati sul versante delle relazioni familiari, credono è che tali strumenti permettano di andare al di là non solo di una visione individualista, ma anche dello stesso scambio di parola. Introducendo l’azione dal vivo si amplificano infatti le possibilità di cogliere significati ed emozioni che caratterizzano i legami in quanto tali. Se non si abbandona la via classica dei “self-report”, è proprio l’attenzione all’interazione che costituisce il nuovo introdotto dall’approccio sistemico.

È vero, tale attenzione nella gran parte dei casi conduce a cogliere i “pattern”, vale a dire schemi ripetitivi di scambio. Solo più avanti nel tempo integrando l’osservazione sistemica con la sensibilità psicodinamica generazionale si è potuto procedere al di là della descrizione dei pattern rivolgendosi al mondo dei sentimenti e delle intenzioni che coinvolgono gli attori (i membri familiari). A dire insomma che non ci limitiamo al “come” osservazionale, ma miriamo al “perché”. Facilmente confuso con il perché causale (come di un rapporto causa-effetto), esso va inteso come movente dell’azione che caratterizza l’intenzionalità umana operante, come sappiamo, anche al di là della consapevolezza dei membri.

In breve, ci occupiamo del perché teleologico, vale a dire degli scopi attesi. A cosa mira l’azione delle persone? Come distinguere ciò che è manifesto da ciò che attende di essere riconosciuto (l’intenzionalità inconscia)? E come connetterli tra loro? Anche nel caso in cui qualche membro familiare si astenesse dal compito proposto, egli/ella fa parte di triangoli che qualificano lo scambio familiare. Si tratta del famoso principio secondo cui non si può non comunicare, che per noi ha il senso di azione e messa in comune come ben dice l’etimologia. Ciò insomma che in questo caso viene messo in comune è un’assenza, è un rifiuto di cui andranno colti i moventi e gli scopi.

Ma c’è di più. Occorre infatti riferirsi alla diatriba tra ricercatori che ha attraversato gli anni inerente il rapporto tra contesto diagnostico e contesto terapeutico. Da una parte i “contestuali” rimarcavano la netta differenza tra i due ambiti, dall’altro gli “integrativi” sostenevano che un attento lavoro diagnostico contribuisce proprio al lavoro di cura. Sarà solo verso la fine del secolo scorso che emergerà a tutto tondo la possibilità di fare dell’“assessment terapeutico”. Test e strumenti vengono insomma considerati come spazio-tempo intermedio del rapporto tra clinici e loro clienti.

Le domande così cambiano: qual è l’accesso che permette l’incontro? E come passare dall’incontro alla relazione di cura? La conoscenza accurata del cliente (nel nostro caso i legami familiari) e del problema che vive non può che passare attraverso le sue esperienze di vita, gli eventi cruciali della medesima e l’uso di strumenti affidabili. In quanto alla relazione di cura è già nell’antica conoscenza ippocratica che il medico deve saper condividere lo stato del paziente, dall’aria che respira fino ai sogni che fa. Non è certo a caso che l’implicazione-condivisione del curante è al centro, e da tempo, sia dei paradigmi di cura psicodinamici che cognitivisti. Addirittura il primo, nelle sue varie correnti teoriche, si caratterizza proprio per l’attenzione ai processi di transfert nelle loro variegate forme e incidenze.

Tornando agli strumenti che ci riguardano (Disegno Congiunto e Family Life Space) ed alle tecniche utilizzate possiamo dire che essi sono una forma creativa di manipolazione del contesto interattivo-interpersonale che permette di considerare tanto l’azione del singolo membro, quanto quella di diadi, di triangoli e dell’insieme complessivo.

Resta insomma valido ciò che era atteso fin dalle origini del movimento. Così, ad esempio, ricorrendo al gioco dello scarabocchio che ha una lunga storia (“Joint Family Scrible”) chiedevamo a ciascun membro familiare, bambini compresi, di farne uno velocemente per poi chiedere a tutti i membri presenti di produrre un disegno congiunto. Direi che il “nuovo” della ricerca è stato caratterizzato, specie grazie alla sensibilità psicodinamica di alcuni ricercatori e noi tra questi, dal cercare di connettere e al contempo distinguere tra contributo dei singoli, “carattere” delle diadi e qualità dei triangoli, per non dire del senso plausibile complessivo del prodotto congiunto. Se consideriamo un gruppo familiare di quattro persone avremo 8 diadi, 4 triangoli, 1 quadrato/rettangolo. Per cogliere bene la differenza ricordiamo che la diade può essere raffigurata solo con linee, mentre triangoli e quadrati sono vere e proprie figure geometriche.

Parlando di triangoli siamo invitati a riferirci al Modello Relazionale-Simbolico che fa da sfondo, ma anche da principio (la matrice di pensiero) che guida i tre strumenti presentati. Il modello ha infatti fondamenta triangolari inerenti la struttura organizzativa familiare (la differenza correlata di genere, generazione e stirpi di appartenenza, che definiamo anche “corpo familiare”), la dimensione simbolica (i sentimenti cruciali di fiducia, speranza, giustizia), la dinamica relazionale (dare, ricevere, ricambiare) che si muove sempre tra dono e compito (o dovere).

È stato oggetto di varie pubblicazioni, sia nazionali che internazionali, e qui viene presentato in quella che possiamo chiamare la sua “essenza”. Così il lettore può compiere un viaggio attraverso le “parole chiave” per poi sostare sulle varie forme di cura. Di fatto si tratta di un intreccio di dimensioni, tipicamente familiari, che vanno dal “patto di coppia”, ai legami fraterni, ai legami generazionali fino all’eredità e a quelli comunitari.

Occorre qui fare un breve “excursus”. Costruire e validare modelli, che poi danno e ricevono vita da programmi di ricerca su temi specifici, anche con apertura su tematiche sociali quali gli eventi migratori, l’età anziana, le varie forme di dipendenza e così via, fa parte della tradizione sistemica. Inutile dire quanta dedizione e quanto tempo di vita essi richiedano, un tempo di vita che trapassa anche i loro fondatori.

Dove sta la differenza? Alcuni modelli sono più empirici, altri più clinici; alcuni focalizzati sul processo (la qualità dello scambio) ed altri sulla formazione della personalità considerata a partire dalla “matrice familiare”; alcuni dalle basi teoriche costruzioniste-costruttiviste (…ma non è la stessa cosa) ed altri a base psicodinamica.

In ogni caso i modelli si accompagnano sempre a strumenti e tecniche di rilevazione dei dati (informazioni) quali test, interviste, scale e griglie di osservazione. Va qui ricordata la differenza “di origine” tra test self-report e strumenti espressivo-costruttivi. I primi, spazialmente e temporalmente parlando, si situano tra il ricercatore e i soggetti d’indagine e i loro item definiscono di “che cosa si tratta”. In breve, i soggetti rispondono al ricercatore il quale fa affidamento su validità ed attendibilità del test proposto che avrà come suo “core” concetti quali, ad esempio, soddisfazione, intimità, comunicazione, perdono/risentimento e così via. Qualora invece al centro dell’attenzione poniamo una proposta espressivo-costruttiva è lo strumento stesso a porsi all’origine dell’incontro tra ricercatore e soggetti ed è l’azione-prodotto congiunto dei medesimi a “parlare” al ricercatore. Inoltre risulta ambiguo di che cosa il ricercatore si stia occupando (cosa cerca? a cosa mira?). Ne viene che l’interazione con il ricercatore acquista un particolare valore non solo durante il processo esecutivo, ma anche di fronte al prodotto. Ne parleremo diffusamente trattando di “Disegno Congiunto” e “Family Life Space” evidenziandone il valore di “communio” che avviene proprio attraverso la riflessione e la rielaborazione congiunta (membri familiari e ricercatore clinico) di quanto avvenuto e prodotto. Senza dimenticare che per noi fare qualcosa a favore dei legami costituisce un privilegio etico.

Tornando ai modelli diremo che il loro “core” si fonda su concetti chiave come quelli di “competenza familiare”, “coesione e flessibilità”, “problem solving relazionale”, “gioco familiare” e così via. Nel nostro caso, come si vedrà nel testo, il “core” è rappresentato dal concetto di generatività connesso a sua volta a quello di “legami” e “transizioni” (i punti di crisi). Naturalmente per cogliere aspetti della generatività occorre passare dal concetto, in sé multidimensionale, ad un insieme di costrutti che permettono di rilevarlo. Come detto il carattere del modello è trinitario vale a dire fondato su triangoli che agiscono sui piani organizzativo, simbolico e dinamico e proprio come i vari modelli si serve di strumenti e tecniche di rilevazione.

L’aspetto clinicamente rilevante proposto dal modello medesimo è quello di riconoscere e poter intervenire in “setting” differenti, ma correlati dal punto di vista dei legami. È noto peraltro come nelle situazioni relazionali caratterizzate da gravi sofferenze e agiti pericolosi sia proprio l’apertura dei clinici nei confronti di setting differenti (individuale, familiare, gruppale) a garantire quel “confine-casa” entro cui attivare e rendere efficace la cura.

Offerta al lettore interessato la matrice di pensiero nelle sue ricche articolazioni (sono chiamate in causa a più riprese le “scienze del vivente” come l’etnoantropologia, la storia, la sociologia, la filosofia) è possibile calarsi negli strumenti di assessment presentati. Anche in questo caso alle spalle vi è un lavoro, pubblicazioni comprese, compiuto negli anni con lo scopo evidente di rendere tali strumenti qualitativi rispondenti al principio di intersoggettività il cui scopo è di garantire la possibilità di dialogo scientifico innanzitutto tra i clinici-ricercatori a partire da presupposizioni comuni e da indicatori specifici di lettura. Di qui la necessità di articolare tra loro praticabilità ed evidenze empiriche con sensibilità e rilevanza clinica.

Così per il Disegno Congiunto attenzione specifica è stata rivolta alla costruzione della griglia di analisi e sua validazione attraverso gli “indicatori di prodotto” e gli “indicatori di processo”.

Così per il Family Life Space, da noi ampiamente rivisto, vengono evidenziati i “criteri di analisi” e la messa a punto dell’analisi metrica attraverso varie categorie. Il contributo offerto introduce, tra l’altro, importanti novità.

Se si vuole argomentare circa ipotesi di senso relazionale (interpersonale, familiare-generazionale) occorre disporre proprio di criteri guida e procedure chiare e precise che accomunino tra loro i clinici-ricercatori. È questa la strada che può dirsi scientifica. Da parte sua l’ipotesi di senso è valida qualora provenga dal percorso sopra indicato e raccolga una sua evidenza anche da parte di coloro come i membri familiari che sono entrati in scena. Non solo; l’ipotesi o, meglio, le ipotesi plausibili offerte, risentono dell’implicazione costruttiva e agente (potremmo dire creativa) da parte del clinico. Come si vedrà attraverso i casi presentati per ciascuno strumento emerge anche quel “lavoro dell’anima” che è proprio del clinico. Riprendendo un proverbio caro all’Islam potremmo dire così: per prima cosa considera se la parola è vera (per noi plausibile o “valida”); poi se è opportuno dirla; nel caso, dilla con tenerezza.

Ecco, nella tenerezza rientra l’empatia nei confronti di vicende familiari dolorose, la messa in evidenza di pericoli e persino di danno arrecato ai legami, molte volte inconsapevolmente, ma anche la focalizzazione sulle risorse disponibili. Potremmo dire di un “canto tra dolori e speranze” che però deve saper tenere conto di ciò che può essere accolto. Non poche, e anche brillanti restituzioni di senso, non tengono conto proprio di ciò che può essere ascoltato e integrato da parte dei membri familiari.

In sintesi; il cerchio comunicazionale che mira ad offrire un senso plausibile a ciò che accade nei legami generazionali, si avvale di strumenti elettivi e loro procedure specifiche, così come dell’implicazione prima agente e poi riflessiva dei membri di coppie e famiglie a sua volta correlata con la “restituzione tenera” del clinico.

L’altra forma di assessment generazionale presentata è l’Intervista Clinica. A questo proposito va detto che abbiamo preso in considerazione varie interviste costruite e validate negli anni da importanti colleghi e loro gruppi di ricerca. È la stessa posizione umile del ricercatore clinico a richiedere la conoscenza e lo scambio possibile all’interno della comunità scientifica. Così come nessuno si fa da sé, altrettanto accade nella costruzione di strumenti utili alla ricerca clinica dove occorre sapersi riconoscere come appartenenti e debitori.

Come verrà evidenziato, gran parte delle interviste più note si rivolge di fatto ai singoli membri familiari. È raro che la rilevazione delle informazioni provenga direttamente da una coppia, o da un gruppo familiare. Da parte nostra riconosciamo nella coppia, intesa come “intermezzo e passaggio generazionale”, l’unità di rilevazione cruciale, senza dimenticare peraltro che essa si forma a partire dalla differenza di provenienza familiare dei singoli partner.

In quanto poi ai costrutti, di fatto forme di traduzione empirica di concetti chiave che guidano la ricerca, possono essere monodimensionali, multidimensionali, ma anche multidimensionali e sintetici al contempo.

Per fare un esempio, chi conosce e frequenta la “Camberwell Family Interview” di Vaughn e Leff, molto utilizzata in ambito psichiatrico, sa che essa tocca varie dimensioni cognitivo-affettive, ma mira a valutare l’emotività espressa come indice sintetico. Di qui anche l’intervento clinico volto a sostenere e incrementare le “emozioni positive” e così costruttive.

Da parte sua, la “Current Relationships Interview”, che fa riferimento alla notissima teoria dell’attaccamento con i criteri di “rifugio sicuro” e “base sicura”, si fonda su un’unità di codifica individuale usando poi un sistema di misurazione quanti-qualitativo che tende ad accorpare tra loro i dati provenienti dai due partner.

L’Intervista (ICG) da noi costruita presenta, come si vedrà, costrutti multidimensionali e un indice sintetico. Si tratta, in coerenza con il Modello Relazionale-Simbolico, di dare rilievo e misura al concetto di generatività nelle sue varie forme comprese quelle della caduta. È stata utilizzata nel corso degli anni in vari contesti di ricerca clinica sia nei suoi tre assi costitutivi (origini, coppia, passaggio), sia in riferimento ai singoli assi. Si è rivelata essere un potente strumento clinico già nel suo utilizzo come assessment terapeutico.

Come si vedrà contempla anche l’utilizzo di immagini  che sollecitano le associazioni dei partner. È questa una particolarità dell’intervista che introduce nella categorizzazione elementi rappresentazionali propri della dinamica affettiva. Ovviamente le immagini scelte (12 per ciascuno dei due primi assi) sono a loro volta il frutto sia della conoscenza profonda delle opere pittoriche e dei suoi autori, sia della loro riconoscibilità categoriale (come si vedrà si tratta di tre categorie per ciascun asse) fondata su una ricerca ad hoc.

L’aspetto clinicamente rilevante del loro uso è quello del passaggio dalla scelta personale delle immagini allo scambio con l’altro. Chiediamo infatti ai partner di immedesimarsi nella scelta altrui e di associare a propria volta. Ne viene uno scambio assai ricco utile a far emergere aspetti dell’“intreccio”, concetto adatto a significare la realtà dei legami. Accade così che la rappresentazione individuale  ceda il passo all’azione congiunta mostrandone le qualità relazionali.

A tale proposito occorre ricordare che il Modello Relazionale-Simbolico utilizza concetti clinici che servono come bussola per navigare nelle acque agitate dell’incontro con l’Altro (una classe di presenze) e con la vicissitudine dei legami. In quanto modello, e non teoria, esso promuove il fare ricerca e richiede di misurare l’efficacia dell’intervento avendo come guida un metodo.

Potremmo anche affermare che è il metodo proposto, cioè la via da percorrere, che è riproducibile. È così possibile apprezzare la differenza tra ricerca “evidence-based” propria dell’orientamento cognitivo-comportamentale e ricerca “method-based” propria dell’orientamento sistemico-psicodinamico. Eleggiamo a protagonista dell’Intervista il mondo dei legami (loro qualità, loro vicissitudini) cercando connessioni e differenze tra il livello rappresentazionale e il livello agente degli scambi interpersonali e generazionali. A differenza del costruire e dell’esprimere assieme com’è del Disegno Congiunto e del FLS, l’Intervista fa del dialogo/confronto il suo punto di origine. In quanto “generazionale” non dimentica le origini specifiche di ciascuno dei membri della coppia genitoriale, ma tutto avviene in un contesto triangolare dove il ricercatore clinico propone alla coppia aperture tematiche ritenute cruciali e la invita anche a compiere un lavoro associativo attraverso le immagini (i quadri pittorici).

In sintesi, ci lasciamo alle spalle, ma non le ignoriamo, le conoscenze provenienti dalle varie teorie psicodinamiche proprio a favore di un metodo clinico che vede nell’esplorazione impegnata, nell’appartenenza comune e nella responsabilità personale i suoi cardini. Al centro, dunque, sta la vita umana e specificatamente il legame tra gli uomini con i suoi ostacoli, i suoi dolori, le sue risorse, legame che in quanto familiare tocca le origini e si espande generazionalmente.

Avremmo potuto presentare altri strumenti oltre a quelli qui proposti, per non parlare dei Test orientati al modello, o che sono allo stesso congeniali trattando di temi come fiducia, perdono, giustizia. La loro scelta è dovuta sia all’esperienza acquisita sul campo nel corso degli anni, sia al loro rilievo clinico. Non è certo un caso che la loro messa a punto abbia richiesto anni e anni di lavoro, revisioni comprese, e sia stata oggetto di varie pubblicazioni. Il desiderio che guida il testo è infatti quello di mettere a disposizione dei clinici che hanno un orientamento ed una sensibilità relazionale (per noi generazionale) il lavoro compiuto negli anni. Trattandosi specificamente di clinica e non di psicoterapia (nelle sue molteplici versioni per non dire delle oltre duecento teorie) anche i casi presentati fanno riferimento a situazioni relazionali in cui non c’è una domanda diretta di cura psicoterapeutica. I famigliari infatti sono inviati al consulente clinico da qualcuno, siano essi il Tribunale o altri servizi sanitari. Ciò non toglie affatto che gli strumenti possano entrare anche a pieno titolo nel percorso terapeutico di famiglie richiedenti aiuto e cura. Il principio è infatti sempre quello di connettere tra loro ricerca e intervento che, come detto, per noi acquista il senso di principio etico.

È giunto  così il tempo dei ringraziamenti. Va innanzitutto al Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano che vede impegnati, e fin dagli anni Settanta del secolo scorso, molti e valenti ricercatori psicosociali, clinici e sociologi. Poi ai molti colleghi italiani, di altri paesi europei e nordamericani con cui abbiamo avviato scambi segnati dalla comune passione clinica anche al di là della differenza di orientamento.

Grazie alla Cooperativa Sociale Sanicare di Massa[1] che ha assunto il Modello e gli strumenti qui presentati, integrandolo con il Modello dell’Assessment Terapeutico così come proposto da Stephen Finn e collaboratori, quale guida per la formazione della nuova generazione di psicoterapeuti. L’idea di fondo è ben chiara: senza un’adeguata formazione in ambito di ricerca e di metodologia clinica è la stessa psicoterapia a soffrirne.

Grazie infine ai dottori di ricerca Federica Facchin, Monica Accordini e Chiara Fusar Poli, a loro volta autrici di vari contributi di ricerca clinica, che hanno seguito (e curato) il testo nella sua formazione.

[1] È la Scuola di Psicoterapia Integrata nella bellissima sede di Massa Marittima. Cfr. http://www.scuolapsicoterapiaintegrata.it/. A sua volta Sanicare è parte di una rete ampia di Consorzi che gestiscono vari servizi clinici rivolti a singoli, coppie, famiglie, comunità.